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OPERE DI MISERICORDIA. Consolare gli afflitti

 
Se è Dio che attende di essere consolato
 
FSNgilardi_38229757.jpg“Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta…” (Isaia 40, 1-2). Quali parole maggiormente appropriate di quelle ascoltate dal profeta Isaia, per introdurci nella riflessione sull’opera di misericordia “Consolare gli afflitti”?
Il popolo di Israele, in esilio a Babilonia, è afflitto e il Dio di Israele conforta il popolo, il suo popolo.
Come lo conforta? Con il suo amore, proclamandogli il suo amore, assicurandogli il suo amore, illustrandogli le caratteristiche del suo amore.

Possiamo, però, spontaneamente chiederci: perché facciamo riferimento a un’esperienza così lontana, quale quella del rapporto tra Dio e il popolo di Israele, per aiutarci a riflettere sul tema proposto? Non sembra un riferimento anacronistico? Assolutamente no. E, infatti, la parola di Dio è eterna e vale per ogni tempo e quindi per ogni persona, così che l’esperienza del popolo di Israele diventa emblematica per tutti noi.
Per questo motivo, quanto leggeremo dell’amore di Dio per il popolo di Israele, potrà essere legittimamente applicato a ciascuno di noi, quindi a me.

È, allora, spontaneo che conosciamo l’amore di Dio, che conosciamo le sue caratteristiche. Rendendoci conto che Dio ci ama e valutando il modo in cui Dio ci ama, resteremo fortemente commossi e quindi profondamente consolati.

In tutta la Sacra scrittura e quindi nelle parole dei profeti è Dio stesso che ci illustra le caratteristiche del suo amore. Ritengo quindi importante che lasciamo parlare Dio. Anziché ricercare ed esprimere i nostri pensieri umani, ritengo assolutamente qualificante recepire e gustare quelli di Dio. Lasciamo dunque che sia Lui a proporre a noi questa omelia. Io aggiungerò alcuni commenti ai brani che leggeremo.

1. Alcuni passi possiamo trovare nel profeta Isaia, da cui siamo partiti con le parole citate all’inizio. Si tratta del Secondo Isaia, cioè del Profeta che, poco prima dell’anno 538, annuncia al popolo d’Israele la prossima liberazione dall’esilio e il felice ritorno a Gerusalemme. Sono testi meravigliosi. Bisognerebbe leggere tutti i brani che compongono il Secondo Isaia, cioè tutti i capitoli 40-55. Si tratta sempre dell’amore appassionato del Dio di Israele per il suo popolo. Noi ci limitiamo a una scelta ristretta.

a) Ascoltiamo un primo passo. Dio si rivolge al popolo che si trova ancora in esilio: “Io sono il Signore, tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo salvatore. Io do l’Egitto come prezzo per il tuo riscatto, l’Etiopia e Seba al tuo posto. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo, do uomini al tuo posto e nazioni in cambio della tua vita. Non temere, perché io sono con te; dall’oriente farò venire la tua stirpe, dall’occidente io ti radunerò. Dirò al settentrione: «Restituisci», e al mezzogiorno: «Non trattenere; fa’ tornare i miei figli da lontano e le mie figlie dall’estremità della terra, quelli che portano il mio nome e che per la mia gloria ho creato e plasmato e anche formato»” (Isaia 43, 3-7).
In questo brano straordinario notiamo tre elementi.

Il primo è l’espressione: “…tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo” (v. 4a). È Dio che parla e dice al suo popolo, cioè dice a me: “Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima”. Attenzione al senso delle parole. Non è che Dio mi consideri, per sola sua benevolenza, prezioso e degno di stima. Ma Dio dice che “sono” prezioso e degno di stima. Per questo mio essere Egli conseguentemente mi ama. È straordinariamente consolante.

Il secondo elemento: “…i miei figli… e le mie figlie… quelli che portano il mio nome”. Dio, dunque, dice al popolo, quindi a me: Tu porti il mio nome, il mio cognome, per la semplice e meravigliosa ragione che sei mio figlio. È estremamente consolante portare un cognome illustre quale quello di Dio.
Il terzo elemento del testo è soprattutto straordinario e – direi – misterioso: “…che per la mia gloria ho creato…”. Dio dice di aver creato il suo popolo, quindi me, “per la sua gloria”. Ci aspetteremmo che dicesse: Ti ho creato per la tua vita, per la tua felicità. E invece dice: Ti ho creato per la mia gloria, in altre parole, per la mia gioia, per la mia vita. Dunque dice: Tu sei la mia gioia, tu sei la mia vita. Ciò significa: Ho bisogno che tu esista! Tutto ciò mi dà una sensazione quasi di vertigine, mi esalta, mi consola.

b) Voglio proporvi un altro passo del Secondo Isaia: “Sion ha detto: «Il Signore mi ha dimenticato». Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io non ti dimenticherò mai. Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato, le tue mura sono sempre davanti a me” (Isaia 49, 14-16).

Nel testo che abbiamo ascoltato predominano due immagini, due potenti immagini: quella della mamma considerata nell’amore per il suo bambino e quella del tatuaggio.
La prima potente immagine è quella della mamma considerata nell’amore per il suo bambino. Dio ama il suo popolo, quindi ama me, come una mamma ama il suo bambino. Ora, l’amore di una mamma e quindi l’amore di Dio sembrano avere due caratteristiche.

Da una parte, la mamma, e perciò Dio, non solo dà al suo bambino tutti i beni a lui necessari, ma anche riceve dal suo bambino il bene per una mamma più importante, quello dell’esistenza e insieme dell’amore del suo bambino. E ciò perché il bambino è la sua gioia, è la sua vita e, quindi, la mamma ha bisogno del suo bambino, brama la sua esistenza e insieme il suo amore. Così è Dio nei confronti del suo popolo, nei confronti di me.

D’altra parte, la mamma, perciò Dio stesso, ama in modo permanente, e ciò per il semplice motivo che non può non amare, ha bisogno del suo bambino in modo permanente, brama la presenza del suo bambino in modo permanente, verrebbe meno, non sussisterebbe, qualora il bambino venisse meno o le fosse tolto. Ella non può perderlo e quindi lo ama per sempre. Così è Dio nei confronti del suo popolo, quindi nei confronti di me.

L’immagine della mamma e del bambino trova in altri Profeti un evidente e interessante parallelo nella immagine del papà e del bambino. Ascoltiamo a tale riguardo due famosi passi:

“Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio… A Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare. Non ritornerà in Egitto, ma Assur sarà il suo re, perché non hanno voluto convertirsi. La spada farà strage nelle loro città… Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? Come potrei trattarti al pari di Adma, ridurti allo stato di Seboím? Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo, sono il santo in mezo a te e non verrò da te nella mia ira” (Osea 11, 2-9).

“Io sono un padre per Israele, Efraim è il mio primogenito… Non è un figlio carissimo per me Efraim il mio bambino prediletto? Ogni volta che lo minaccio, me ne ricordo sempre con affetto. Per questo il mio cuore si commuove per lui e sento per lui profonda tenerezza. Oracolo del Signore” (Geremia 31, 9. 20).
Nei testi che abbiamo ascoltati ritornano gli stessi elementi che abbiamo già ritrovato nei testi fin qui commentati, e questo è importante perché si coglie la costanza nel messaggio dei vari profeti. Dunque, da una parte, Dio ama come un padre o, meglio, come un papà, e dà al bambino cibo e tenerezza e, dall’altra, brama l’esistenza e insieme l’amore del suo bambino, ha bisogno di lui, e ciò perché il bambino è la sua gioia, è la sua vita.

Per questo motivo, Dio ama il suo bambino in modo permanente. Anche se vorrebbe castigarlo, mandandolo via da sé, non esegue questo proposito, perché non può eseguirlo. Non può in nessun modo perdere il suo popolo, che è la sua gioia, che è la sua vita. Quindi lo ama per sempre.
La seconda potente immagine, usata in Isaia 49, è quella del tatuaggio: “Ecco, sulle palme della mia mano ti ho disegnato”. Dio ha tatuato Gerusalemme sulle sue mani. Come il tatuaggio è permanente, così lo è l’amore di Dio, per Israele, per me.

c) Un ultimo testo di questo insieme del Secondo Isaia: “Poiché tuo sposo è il tuo creatore, Signore degli eserciti è il suo nome… Come una donna abbandonata e con l’animo afflitto, ti ha richiamato il Signore. Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù? – dice il tuo Dio. Per un breve istante ti ho abbandonata, ma ti riaccoglierò con immenso amore. In un impeto di collera ti ho nascosto per un poco il mio volto, ma con affetto perenne ho avuto pietà di te, dice il tuo redentore, il Signore” (Isaia 54, 5-8). E con accenti accorati è condotto tutto il capitolo, fino alla conclusione.

In questo passo ricorre un’altra immagine, usata dai profeti per descrivere l’amore di Dio per il suo popolo: l’immagine dello sposo e della sposa, dove Dio è lo sposo e il suo popolo è la sposa.
Possiamo rilevare gli elementi già messi in evidenza nel commento ai testi precedenti. Dio ama in modo appassionato: “Ti riaccoglierò con immenso amore…”. Dio ha bisogno della presenza del suo popolo. Perciò lo richiama e perciò lo ama con amore eterno: “Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù?... Con affetto perenne ho avuto pietà di te”. 
Però c’è un elemento, che trovo abbastanza curioso e che vorrei ora richiamarvi, così che la identità profonda dell’amore di Dio per noi risulti ancora più commovente.

Si tratta, almeno in filigrana, di una sorta di pentimento di Dio per il castigo inflitto al popolo. Riascoltiamo queste espressioni: “Per un breve istante ti ho abbandonato… In un impeto di collera ti ho nascosto per un poco il mio volto…”. Sembra che Dio si accorga – ecco la sorta di pentimento – di essere stato crudele e allora tenta di scusarsi: Sì, l’ho fatto, ma solo per “un breve istante”, solo “in un impeto”, solo “per un poco”. È tenero, questo tentativo di autogiustificarsi… E sottolinea ancora di più la passione dell’amore di Dio.

d) A questo punto sarebbe bello poter leggere e meditare tutta una serie di testi, sia ancora di Isaia, sia degli altri profeti, specialmente di Geremia e di Osea, testi riguardanti l’amore di Dio per il suo popolo, quindi per me. Vorrei però limitarmi a scoprire alcuni passi in cui si mette in evidenza quell’elemento del tutto peculiare e anche – dicevo – misterioso, secondo il quale è Dio stesso che ha bisogno del suo popolo, che ha gioia, che ha vita nel suo popolo. Sono passi straordinari. Leggiamone e meditiamone alcuni.
Il profeta Isaia parla a Gerusalemme: “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma tu sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Isaia 62, 4-5).
Dunque: “il Signore troverà in te la sua delizia” e “come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te”. Ciò chiaramente significa che è il popolo stesso che dà gioia a Dio.

E ancora: “Ecco, infatti, io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà per sempre di quello che sto per creare, poiché creo Gerusalemme per la gioia, e il suo popolo per il gaudio. Io esulterò di Gerusalemme, godrò del mio popolo” (Isaia 65, 17-19).
Sottolineiamo le espressioni finali: “Io esulterò di Gerusalemme, godrò del mio popolo”. Dunque anche qui è il popolo stesso che dà gioia a Dio.

2. Facciamo ora un salto nel tempo e arriviamo a Gesù. Sappiamo bene che Gesù leggeva i testi dei Profeti e certamente anche da loro ha potuto ricavare gli elementi essenziali del suo insegnamento sull’amore di Dio. Il luogo più alto in cui Gesù propone nel Vangelo tale dottrina è la parabola così detta – e mal detta – del figliol prodigo, certamente uno dei vertici di tutta la Sacra Scrittura.
Risentiamola oggi con rinnovata curiosità.

“Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze.  Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”» (Luca 15, 11-31).

Ci poniamo ora una domanda, che potrà sembrare strana: dal ritorno del figlio chi in realtà è stato beneficato? Il figlio oppure il padre?
La risposta assolutamente ovvia: è stato beneficato il figlio, che ha ritrovato la casa, i beni, gli affetti, la vita.
Ma c’è l’altra risposta: è stato beneficato il padre. Questo padre, imprenditore agricolo, aveva smesso di lavorare e passava tutto il giorno soltanto a scrutare l’orizzonte. Ciò si ricava dal fatto che appena il figlio appare, anche se ancora lontano, subito il padre lo vede e quindi gli corre incontro. Appare perciò chiaro che il padre aveva perduto qualsiasi interesse per l’attività, qualsiasi interesse per la vita e certamente sarebbe morto per il dolore di questa separazione se il figlio non fosse tornato.

E c’è un indizio prezioso per farci capire meglio che le cose sono andate come abbiamo detto. Quando è il padre che dà la spiegazione della festa, parlando prima con i servi e poi con il figlio maggiore, dà questa motivazione: Questo figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. Ma quando sono i servi che parlano con il fratello maggiore, danno questa motivazione: Perché lui lo ha riavuto sano e salvo. Il padre vela, per una sorta di pudore, i suoi sentimenti, ma i servi li manifestano.
Un altro indizio di questa situazione di pura felicità è – così mi pare – il fatto che il padre non dice mai al figlio: Ti perdono. Sarebbe banale. L’unica cosa che conta è che tu sia qui, è la mia gioia.
Però – mi direte – è comprensibile che un padre soffra per la perdita di un figlio e quindi gioisca per il suo ritrovamento. È vero; però tra uomini. Ma questo padre è Dio stesso. E, allora, è Dio che soffre per me e gioisce per me. Questo risulta stupefacente, anzi al limite del credibile. Non è forse Dio quell’Essere perfettissimo a cui non manca nulla? Come può dunque avere bisogno di me, per la sua gioia, per la sua vita? Accettiamo pieni di stupore questa ineffabile rivelazione, già iniziata nei Profeti e portata a perfezione in Gesù.

Cari fratelli e care sorelle, i testi della Sacra scrittura ci hanno abbondantemente parlato e ci hanno efficacemente delineato l’amore del Signore per noi con alcune potenti immagini, soprattutto con quella stupenda dell’amore della mamma o del papà nei confronti del loro bambino oppure dall’amore dello sposo nei confronti della sua sposa. Serviamoci ora, per una riflessione conclusiva e progettuale, della prima immagine.

Dio, il Padre, ci ha costituiti suoi figli. Noi portiamo il suo nome, il suo cognome. Siamo per lui preziosi, siamo degni di stima, siamo la sua gioia, siamo la sua vita. Per questo egli ci ama come una mamma o un papà. Non ci può mai dimenticare, non ci può mai perdere, ci riprende sempre con sé.
In modo speciale nell’insegnamento di Gesù, che è, comunque, in consonanza con i profeti, possiamo cogliere pienamente le caratteristiche dell’amore di Dio. Esse sono indicate nella parabola che abbiamo commentata. Risulta chiaramente, dal mirabile testo, consonante con i profeti, che l’amore di Dio ha come due elementi. Da una parte, il Padre ci ama, perché ci dona ogni bene, il vestito più bello, l’anello al dito, i sandali ai piedi, il vitello grasso. Dall’altra, il Padre ci ama, perché siamo per lui motivo di gioia e di vita. Ed è per questo che Dio ha bisogno di noi. Brama la nostra esistenza e insieme il nostro amore. E ciò in modo permanente. Non può assolutamente stare senza la nostra presenza, non può resistere o sussistere senza il nostro amore, morirebbe di dolore se non tornassimo a vivere con lui. Non può assolutamente perderci, non può essere felice, anzi non può vivere, senza la nostra presenza, senza il nostro amore. Per questo ci ama per sempre.

Quasi inutile rilevare che quanto fin qui detto sull’amore di Dio per noi contiene la perla preziosissima della speranza nella vita eterna. Se Dio non può perderci, ci condurrà certamente in Paradiso, perché stiamo con Lui, sua gioia e sua vita, per tutta l’eternità.

Cari fratelli e care sorelle, “consolare gli afflitti”. Esistono varie afflizioni, vari tipi di sofferenze, ma c’è un’afflizione essenziale, quella che Sant’Agostino indica con la nota espressione: “Il nostro cuore è inquieto”. Possiamo precisare: è afflitto, è sofferente. Questa afflizione essenziale consiste nella mancanza di Dio e nella brama di avere Dio. E questa afflizione essenziale può essere consolata solo dall’amore di Dio. Il nostro cuore sara inquieto finché non troverà riposo in Dio e nel suo amore.

Sta a noi di essere convinti di tale amore e di riceverlo in noi. C’è una esortazione di San Paolo, che trovo significativa per noi: “Lasciatevi riconciliare con Dio (2 Corinti 5,20) o, in altre parole, “lasciatevi amare da Lui”, lasciatevi consolare da Lui.

Dalla consolazione nasce la gioia. Sarebbe davvero utile fare un discorso sulla gioia come conseguenza della consolazione e come elemento essenziale della spiritualità e della vita cristiana. Non ne abbiamo il tempo. Citiamo solo l’esortazione di Paolo: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti” (Filippesi 4,4).
 A questo punto si presenta spontaneo alla nostra memoria un altro passo di Paolo: “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” (2 Corinti 1, 3-4).

Consolare gli afflitti diventa ora un impegno nostro. Il testo paolino ci dice schematicamente tre cose: Dio ci consola, perché consolati da Dio possiamo consolare gli afflitti, con lo stesso tipo di consolazione con cui Dio ci consola. E poiché la consolazione di Dio consiste nel suo amore, il testo può diventare: Dio ci ama e così ci consola, perché amati e così consolati possiamo testimoniare l’amore di Dio e così consolare altri afflitti.

Come testimoniare l’amore di Dio e così consolare altri afflitti? Sia con le parole sia con la vita.
Con le parole, facendo conoscere l’amore di Dio, predicando il Vangelo dell’amore di Dio, quindi insegnando, nei modi adeguati alle capacità di ciascuno, quello che la Sacra scrittura contiene sull’amore di Dio.
Con la vita, facendo sperimentare l’amore di Dio, con concrete opere di amore, però con le stesse caratteristiche proprie dell’amore di Dio, nello stile proprio di Dio.

Non risulta però facile esprimere brevemente quello che ciò concretamente comporta. Detto in estrema sintesi, compiere atti d’amore nello stile proprio di Dio consiste nel sentire che gli altri sono per noi persone importanti, persone preziose,  degne di stima, motivo, quindi, di gioia e di vita.

Questo sentimento è, a volte, spontaneo, come si verifica nel caso degli amici o, ancor più, dei familiari o, al limite, dei coniugi, ma è, a volte, solo voluto, come avviene nel caso degli estranei o delle persone sgradevoli o, al limite, dei nemici.

In ogni modo, sentire gli altri come persone importanti conduce poi a tutta una serie di comportamenti che possiamo indicare almeno con rapidi accenni.

In primo luogo, l’ascolto dell’altro per conoscerne con interesse l’identità unica, e soprattutto, nel nostro caso, i problemi e i motivi di sofferenza.

In secondo luogo, l’offerta della nostra gioia, anche, semplicemente, con il servizio di un sorriso.
Viene alla mente il consiglio di Paolo: “La vostra amabilità sia nota a tutti gli uomini” (Filippesi 4,5).
Ma tutto questo non basta ancora. Non è sufficiente consolare gli afflitti che si trovano tra noi. C’è un Altro, non dico afflitto, ma potenzialmente afflitto, e cioè Dio, il Padre. Dobbiamo essere convinti, cari fratelli e sorelle, che Dio aspetta con ansia di ricevere  il nostro amore. Se non glielo dimostreremo, egli sarà afflitto come il Padre della parabola. A lui, soprattutto, dobbiamo pensare quando pratichiamo questa opera di misericordia.

A Mosca c’è una chiesa dedicata al mistero della Trasfigurazione e legata alla famiglia Dostoevskij. Nella chiesa c’è una cappella consacrata all’icona miracolosa “Gioia di tutti gli afflitti”, già venerata nel XVII secolo. La chiesa stessa fu chiamata “Madonna degli afflitti”. A Lei, Consolatrice degli afflitti, gioia di tutti gli afflitti, chiediamo di essere, a nostra volta, consolati dall’amore di Dio e consolatori con l’amore di Dio.​​​

Francesco Coccopalmerio
 
Tratto da: http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/le-prediche-di-spoleto-4.aspx
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